Una domenica a Verona per Vinitaly 2018: un’immersione nell’oceano del vino

Dal 15 al 18 aprile si è svolta la 52esima edizione di Vinitaly a Verona. A seguire il racconto della prima giornata della fiera-evento dedicata al mondo del vino italiano, domenica 15 aprile. 

vinitaly 2018 verona
Dario Pagnoni e Stefano Vitali

L’impatto

Un mare di persone: è questa la prima impressione di Vinitaly. Persone che si muovono in correnti, fluiscono in ordinato disordine per poi disperdersi tra gli edifici. Persone che osservano, annusano, gustano, per poi scorrere via, liquide, verso il prossimo assaggio. Un oceano in cui ci apprestiamo a immergerci, novelli palombari alla ricerca di gemme nascoste, che vantano, accanto alla bellezza dei riflessi e dei colori, profumi ed aromi paradisiaci.

Se sono i vini la destinazione dell’impresa, non bisogna tuttavia sottovalutare il viaggio: il fascino di un bicchiere è anche nella sua storia, nella tenacia con cui le radici abbracciano la terra, nelle mani del viticoltore che libera il grappolo alla luce, nella sua mente che modella il mosto e lo fa vino.

La fiera

Una narrazione lenta, che fatalmente cozza con i tempi serrati di un evento come Vinitaly 2018, finendo schiacciata tra la fretta degli operatori e la sete del pubblico. Solo una delle ombre create dalla mole dell’evento, che vanta la partecipazione di oltre 4.000 produttori da tutt’Italia e che ha attirato 128.000 visitatori da 143 nazioni.

Numeri in crescita dai quali però fatica a emergere la passione dei produttori, complici carenze organizzative a volte disarmanti, prima tra tutte la cronica mancanza di punti di ristoro. Turbolenze fastidiose, che non sono riuscite a impedirci di scovare alcuni dei migliori prodotti che il nostro paese possa vantare in ambito enologico, vini in grado di superare con le proprie voci il frastuono della pazza folla e conquistare cuore e palato con impeccabile eloquenza, alle cui parole affidare il resoconto di questa esperienza.

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Franciacorta e i retroscena di Vinitaly 2018

I primi, frenetici minuti, risultano i più stranianti. Va male il tentativo di bere un Prosecco decente, ci viene poi proposto un discreto bianco di Custoza, di provenienza ignota al gestore del bancone, .

Si decide quindi di giocare in casa, complice l’inestimabile presenza al mio fianco di Dario Pagnoni, esperto di Franciacorta. Grazie al pass da lui fornito, superiamo la lunga coda in agilità e troviamo rifugio e ristoro presso Barone Pizzini, una tappa che ci permette di comprendere meglio la logistica di Vinitaly 2018. Troviamo infatti posto in una saletta privata, suddivisa in diversi cubicoli che permettono agli operatori e ai visitatori più interessati di approfondire gli assaggi.

I ritmi sono frenetici quanto dietro il bancone, ma l’opportunità di scambiare qualche parola è preziosa, specie se accompagnata dai Franciacorta metodo classico proposti dalla cantina, forti di un identità equilibrata e solida che nasce dall’esperienza del produttore e brilla sia nell’Animante che nel Saten 2014.

Decisamente sapido è anche il pensiero sul Vinitaly, paragonato dal general manager Silvano Brescianini a una «visita dentistica»: dolorosa, costosa, ma necessaria. Con l’occhio alla ressa di fronte al bancone, empatizzo.

La qualità resta altissima anche presso Castello Bonomi, la cui filosofia abbraccia appieno il lungo affinamento sui lieviti, anche a scapito del bilanciamento del prodotto finale. Non importa, perché sia il CruPerdu che il Dosage Zero millesimati acquisiscono per questo una personalità unica, a partire dai riflessi paglierini decisi del vino, per continuare con profumi ed aromi dominati dal sentore di pane fresco, che sfumano in note acidule e agrumate.

Il dominio dei lieviti prosegue con la visita all’azienda agricola Ricci Curbastro, dove apprezziamo il Brut 2007 Museum Release, bottiglia di spessore che realizza l’armonia tra intense fragranze di forno ed aromi più delicati, prima di congedarci dalla Franciacorta soddisfatti, affamati e lievemente alticci.

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Doctor Wine: le scelte per Vinitaly 2018 di Daniele Cernilli

L’idillio con Vinitaly ha però breve durata causa code chilometriche che ci attendono di fronte ai vari punti di ristoro. A venirci in soccorso, solo un assaggio di formaggio Salva del cremasco stagionato da Luigi Guffanti, di bontà sublime, al quale decidiamo di abbinare alcuni dei vini selezionati da Doctor Wine, al secolo il giornalista enogastronomico del Gambero Rosso Daniele Cernilli.

La degustazione, riservata agli operatori del settore, raccoglie 90 bottiglie da tutt’Italia, ed è accompagnata dalla presenza misteriosa di alcuni sommelier, totalmente disinteressati. Poco male: il formato invita a perdersi negli assaggi, dai quali mi lascio trasportare.

Scorrono così il Costa d’Amalfi Furore bianco Fiorduva 2015 di Marisa Cuomo, la cui fresca mineralità lascia posto a note burrose sul finale, il Gris 2008 Lis Neris dai profumi d’erba di campo, dai sentori di rocce di montagna, il Sicilia Terebinto 2017 di Planeta, un 100% grillo fresco ed equilibrato tra acido e fruttato.

Tra i rossi, sorprendono il Lazio Montiano 2015 della Famiglia Cotarella, un merlot dal corpo e dai profumi insospettabili, e il Bolgheri Superiore Grattamacco 2015, che lascia intuire un mostruoso potenziale per un futuro invecchiamento in bottiglia. Ottima selezione, nessuno spazio per le chiacchiere: il mutismo dei sommelier è insormontabile.

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L’ospitalità dell’Abruzzo

Torna per un attimo il senso di straniamento della mattinata, l’aver bevuto a stomaco vuoto non aiuta. A salvarci è la generosa ospitalità dell’Abruzzo, terra di vino, di pane e di olio, che si sposano negli assaggi che aggrediamo con gioia.

La proposta regionale punta fortemente sul recupero del locale vitigno Pecorino, riscoperto soltanto nel 1983 e caratterizzato da forte aromaticità volatile ed un’indomabile acidità. Sia nella declinazione spumante a metodo classico proposta dagli Eredi Legonziano che nella più canonica veste di bianco fermo vinificato dall’azienda agricola Cataldi Madonna, il Pecorino si propone fresco ed irruente, perfettamente adatto ai canoni di bevuta moderni, pur mantenendo un forte legame con il territorio, come traspare dalle appassionate parole dei produttori.

Gli spiriti bianchi

Nel pomeriggio Vinitaly 2018 pare più calma, meno frenetica, ed è un piacere passeggiare senza meta tra stand e banconi, alternando per varietà graditi assaggi di gin (Occitan) e vermouth (Bordiga) a un calice di Cavalleri Blanc de Blanc, dovuto ritorno alla Franciacorta per omaggiare un vino che ci è caro nella sua semplice, perfetta bevibilità.

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Vino di montagna: le scoperte della Valtellina

Si lascia apprezzare anche il Valpolicella Ripasso di Massimo Lavarini, generoso nelle sue note dolci, avvolgente nella sua alcoolicità. Degno prologo dell’ultima tappa di questo Vinitaly 2018, che ci porta sulle spalle delle montagne, al sole della Valtellina, di cui ci parla l’Albareda sforzato di Mamete Prevostini. I grappoli lasciati essiccare per 100 giorni prima della pigiatura maturano in note nette di frutti, esaltate in bocca da tannini permeanti, che danno al vino una struttura imponente ma aggraziata, come un picco montano.

Se la premiata bottiglia di Prevostini è una vetta innevata, la proposta di Ar.Pe.Pe, altro gigante della Valtellina, ha in sé il calore della collina in un placido pomeriggio d’estate, di una passione terrena che echeggia nelle parole con cui Emanuele Pellizzatti Perego ci presenta i suoi vini. Lo schietto Rosso di Valtellina introduce una serie di bottiglie che esaltano i tratti giovanili del Nebbiolo delle Alpi, specie nel maestoso Sassella Stella Retica, un miracolo di equilibrio sui tannini. La forza travolgente de Il Pettirosso e la calda alcoolicità avvolgente della Riserva Sassella Rocce Rosse sanciscono il nostro commiato da Vinitaly 2018, dopo una mezz’ora di assaggi e narrazione che ci riconcilia finalmente con il piacere “lento” di un vino eccellente.

Il bilancio

Come un retrogusto sul palato, l’esperienza di Vinitaly 2018 resta viva nella mente e nel cuore, pur con le contraddizioni che l’hanno caratterizzata. L’enorme successo di pubblico della manifestazione non può far dimenticare un’organizzazione approssimativa, non al livello richiesto da quella che è diventata la più grande vetrina del vino italiano a livello internazionale.

Sarebbe tuttavia ingeneroso soffermarsi soltanto sulle critiche: infatti il vino parla un linguaggio universale, e la qualità e la passione dei produttori presenti sono riuscite a imporsi. Pur nella sua caotica dispersività, Vinitaly resta una tappa fondamentale per qualunque appassionato di vini, uno scrigno che nasconde un prezioso tesoro di bottiglie eccellenti. Basta soltanto fare un respiro ed immergersi nel mare.

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